Cronaca politica di una periferia che chiede ascolto
C’è un dettaglio, in certe città dell’hinterland milanese, che spesso sfugge ai professionisti della politica: la vita reale continua anche quando i partiti dormono. Anzi, soprattutto quando dormono.
Accade così che a Cinisello Balsamo, mentre si annuncia con enfasi il “primo incontro di coalizione” nei quartieri Borgo Misto e Sant’Eusebio, qualcuno si chieda innanzitutto quale coalizione sia rimasta davvero in piedi. La lista civica del consigliere Pregnolato si è chiamata fuori, il Movimento 5 Stelle radicato sul territorio non è stato invitato, e il rischio è che la parola “coalizione” finisca per descrivere più un rito organizzativo che una comunità politica.
La politica locale, quando perde il contatto con le persone, conserva le liturgie ma smarrisce il popolo.
Eppure la questione più interessante non è neppure questa. È un’altra: chi ascolta davvero ciò che accade ogni giorno nei quartieri? Chi intercetta il disagio prima che diventi emergenza? Chi parla con gli anziani, con i ragazzi problematici, con le madri lasciate sole davanti alla disabilità, con gli sfrattati che oscillano tra sopravvivenza e marginalità?
Paradossalmente — ed è questo il dato politico che emerge con forza — oggi a farlo sembra soprattutto la Polizia di Stato.
Non il Comune. Non i partiti. Non le grandi parole sulle periferie. Ma il locale commissariato di via Cilea.
È qui che il racconto cambia tono e diventa qualcosa di più profondo di uno sfogo personale. Perché ciò che emerge da Sant’Eusebio e Borgo Misto è un esperimento spontaneo di welfare informale: piccoli interventi di prossimità, relazioni umane, mediazioni quotidiane, tentativi concreti di impedire che il disagio degeneri.
Dieci persone dipendenti dall’alcol sostano davanti a un negozio? L’idea del dirigente del commissariato non è soltanto repressiva. È quasi sociale: coinvolgerli nella pulizia dell’area, responsabilizzarli, inserirli in percorsi di utilità pubblica, capire se qualcuno possa essere recuperato a un lavoro dignitoso.
Un approccio pragmatico, perfino antico nel senso migliore del termine. Prima la persona, poi il problema.
Ed è difficile non cogliere, in controluce, la vera accusa rivolta alla politica locale: avere progressivamente delegato la coesione sociale alle forze dell’ordine.
Succede con i ragazzi che si picchiano nei negozi e alle fermate degli autobus. Succede con le pattuglie in borghese che presidiano i capolinea per evitare rapine tra adolescenti. Succede con gli sfrattati che finiscono nelle occupazioni abusive senza che nessun servizio sociale costruisca un percorso di reinserimento. Succede con le famiglie dei disabili psichici, schiacciate da una solitudine che un colloquio mensile al CPS non può realisticamente risolvere.
La domanda allora diventa inevitabile: dov’è il Comune?
Non basta amministrare l’urbanistica o tagliare nastri. Una città esiste se costruisce relazioni, se presidia le fragilità, se crea fiducia. In caso contrario, resta soltanto la gestione tecnica del declino.
Qui affiora un’altra intuizione interessante: il paragone tra il vecchio PCI e la Lega di Bossi. Mondi opposti, certo, ma accomunati — secondo questa lettura — da una capacità oggi quasi scomparsa: ascoltare i territori prima dei sondaggi. Le sezioni comuniste e le prime sedi leghiste erano antenne sociali prima ancora che macchine elettorali.
Oggi invece prevale una politica verticale, mediatica, costruita sulle leadership nazionali. Da qui anche il giudizio severo verso Elly Schlein: percepita come distante dalle periferie concrete, incapace di tradurre l’opposizione in risultati tangibili.
Intanto, nelle pieghe della provincia, emergono storie che raccontano molto più di mille convegni.
C’è il maestro della scuola civica di musica che vede saltare due saggi consecutivi perché “non c’è tempo di organizzarli”. C’è il docente che finirà a suonare a Monza mentre la sua città rinuncia a valorizzare i propri ragazzi. Ci sono le madri dei disabili che non chiedono ideologie ma semplicemente aiuto quotidiano. C’è l’uomo sfrattato che ha trovato lavoro ad Aosta e un nuovo affitto da luglio, ma che nel frattempo rischia di precipitare nell’alcolismo perché nessuna istituzione accompagna davvero la sua transizione.
Frammenti apparentemente minori. In realtà materia viva della politica.
Da questo punto di vista, il grido “W la PS di Cinisello Balsamo” non è soltanto un elogio delle forze dell’ordine. È soprattutto una denuncia implicita dell’assenza di altri soggetti pubblici.
Quando i cittadini iniziano a percepire il commissariato come unico presidio umano dello Stato, significa che qualcosa nell’architettura civile si è incrinato.
E forse il nodo finale è proprio questo: le periferie italiane non chiedono più promesse ideologiche. Chiedono presenza. Chiedono persone che ascoltino. Chiedono amministratori che conoscano nomi, facce, storie. Chiedono politica nel senso originario del termine.
Altrimenti resteranno soltanto apparati, slogan e coalizioni senza comunità.
Comitato redazionale