martedì 19 maggio 2026

W la PS di Cinisello Balsamo

  Cronaca politica di una periferia che chiede ascolto

C’è un dettaglio, in certe città dell’hinterland milanese, che spesso sfugge ai professionisti della politica: la vita reale continua anche quando i partiti dormono. Anzi, soprattutto quando dormono.

Accade così che a Cinisello Balsamo, mentre si annuncia con enfasi il “primo incontro di coalizione” nei quartieri Borgo Misto e Sant’Eusebio, qualcuno si chieda innanzitutto quale coalizione sia rimasta davvero in piedi. La lista civica del consigliere Pregnolato si è chiamata fuori, il Movimento 5 Stelle radicato sul territorio non è stato invitato, e il rischio è che la parola “coalizione” finisca per descrivere più un rito organizzativo che una comunità politica.

La politica locale, quando perde il contatto con le persone, conserva le liturgie ma smarrisce il popolo.

Eppure la questione più interessante non è neppure questa. È un’altra: chi ascolta davvero ciò che accade ogni giorno nei quartieri? Chi intercetta il disagio prima che diventi emergenza? Chi parla con gli anziani, con i ragazzi problematici, con le madri lasciate sole davanti alla disabilità, con gli sfrattati che oscillano tra sopravvivenza e marginalità?

Paradossalmente — ed è questo il dato politico che emerge con forza — oggi a farlo sembra soprattutto la Polizia di Stato.

Non il Comune. Non i partiti. Non le grandi parole sulle periferie. Ma il locale commissariato di via Cilea.

È qui che il racconto cambia tono e diventa qualcosa di più profondo di uno sfogo personale. Perché ciò che emerge da Sant’Eusebio e Borgo Misto è un esperimento spontaneo di welfare informale: piccoli interventi di prossimità, relazioni umane, mediazioni quotidiane, tentativi concreti di impedire che il disagio degeneri.

Dieci persone dipendenti dall’alcol sostano davanti a un negozio? L’idea del dirigente del commissariato non è soltanto repressiva. È quasi sociale: coinvolgerli nella pulizia dell’area, responsabilizzarli, inserirli in percorsi di utilità pubblica, capire se qualcuno possa essere recuperato a un lavoro dignitoso.

Un approccio pragmatico, perfino antico nel senso migliore del termine. Prima la persona, poi il problema.

Ed è difficile non cogliere, in controluce, la vera accusa rivolta alla politica locale: avere progressivamente delegato la coesione sociale alle forze dell’ordine.

Succede con i ragazzi che si picchiano nei negozi e alle fermate degli autobus. Succede con le pattuglie in borghese che presidiano i capolinea per evitare rapine tra adolescenti. Succede con gli sfrattati che finiscono nelle occupazioni abusive senza che nessun servizio sociale costruisca un percorso di reinserimento. Succede con le famiglie dei disabili psichici, schiacciate da una solitudine che un colloquio mensile al CPS non può realisticamente risolvere.

La domanda allora diventa inevitabile: dov’è il Comune?

Non basta amministrare l’urbanistica o tagliare nastri. Una città esiste se costruisce relazioni, se presidia le fragilità, se crea fiducia. In caso contrario, resta soltanto la gestione tecnica del declino.

Qui affiora un’altra intuizione interessante: il paragone tra il vecchio PCI e la Lega di Bossi. Mondi opposti, certo, ma accomunati — secondo questa lettura — da una capacità oggi quasi scomparsa: ascoltare i territori prima dei sondaggi. Le sezioni comuniste e le prime sedi leghiste erano antenne sociali prima ancora che macchine elettorali.

Oggi invece prevale una politica verticale, mediatica, costruita sulle leadership nazionali. Da qui anche il giudizio severo verso Elly Schlein: percepita come distante dalle periferie concrete, incapace di tradurre l’opposizione in risultati tangibili.

Intanto, nelle pieghe della provincia, emergono storie che raccontano molto più di mille convegni.

C’è il maestro della scuola civica di musica che vede saltare due saggi consecutivi perché “non c’è tempo di organizzarli”. C’è il docente che finirà a suonare a Monza mentre la sua città rinuncia a valorizzare i propri ragazzi. Ci sono le madri dei disabili che non chiedono ideologie ma semplicemente aiuto quotidiano. C’è l’uomo sfrattato che ha trovato lavoro ad Aosta e un nuovo affitto da luglio, ma che nel frattempo rischia di precipitare nell’alcolismo perché nessuna istituzione accompagna davvero la sua transizione.

Frammenti apparentemente minori. In realtà materia viva della politica.

Da questo punto di vista, il grido “W la PS di Cinisello Balsamo” non è soltanto un elogio delle forze dell’ordine. È soprattutto una denuncia implicita dell’assenza di altri soggetti pubblici.

Quando i cittadini iniziano a percepire il commissariato come unico presidio umano dello Stato, significa che qualcosa nell’architettura civile si è incrinato.

E forse il nodo finale è proprio questo: le periferie italiane non chiedono più promesse ideologiche. Chiedono presenza. Chiedono persone che ascoltino. Chiedono amministratori che conoscano nomi, facce, storie. Chiedono politica nel senso originario del termine.

Altrimenti resteranno soltanto apparati, slogan e coalizioni senza comunità.


Comitato redazionale 

L’intervista di Blair e il silenzio del PD: la via smarrita del diritto internazionale

  

DI COMITATO REDAZIONALE L’intervista rilasciata da Tony Blair a Repubblica, e prontamente ripresa dal Fatto Quotidiano, solleva interrogativi che toccano il cuore stesso del sistema delle relazioni internazionali. È un intervento che l’Italia non può accettare, ma che purtroppo registra la clamorosa assenza del Partito Democratico, afono sulla politica estera tanto a Roma quanto a Milano. La linea del Paese è un’altra: l’Italia sta con il Quirinale, non con l’asse Blair-Draghi.

La lezione di Angela Merkel e il nodo della sovranità

Esiste una differenza sostanziale tra la postura dell’ex Premier britannico e quella, quasi contemporanea, espressa da Angela Merkel. L’analisi di Blair sembra esulare dal perimetro del diritto internazionale. Il tema centrale non è il giudizio storico sull’abbattimento del regime di Saddam Hussein, ma il metodo: il percorso che ha condotto a quella scelta. Senza il rispetto rigoroso del diritto internazionale, quale nazione potrà mai vedere garantita la propria sovranità popolare o la propria Carta Costituzionale? La risposta italiana si chiama democrazia globale. È lo stesso principio che guidò l’impegno di Matteo Renzi e del Presidente Mattarella a Milano, durante Expo 2015, quando in mondovisione lavorarono per il rispetto integrale degli accordi di Minsk II. L’Italia è geneticamente affine alla visione di Angela Merkel, la quale – ieri come oggi – sostiene il dialogo e la negoziazione. Una trattativa che l’Europa deve condurre attraverso i propri rappresentanti in carica (come l’Alto rappresentante Kaja Kallas), chiamati a rimediare al grave errore politico dei Paesi Baltici che nel 2021 posero il veto sul bilaterale con Mosca.

Il multilateralismo come alternativa alla forza

Il concetto di “potenza” va ridefinito: esiste la potenza della democrazia e del consenso popolare. L’asse euroasiatico guidato da Cina e Russia propone oggi un modello alternativo basato sul multilateralismo e sul rispetto delle regole internazionali. Se si fosse applicato integralmente il Minsk II, tutelando le minoranze (che in Crimea e Donbass sono maggioranze), la crisi russo-ucraina non sarebbe mai esplosa. In questo scenario, le ambiguità della segreteria di Elly Schlein pesano come un macigno. Un governo di centro-sinistra non può reggere se fondato sull’ipocrisia in politica estera. Le contraddizioni emergono ovunque, dalle dinamiche della FAO fino al Consiglio Comunale di Milano, dove le logiche di gabinetto sembrano ignorare i moniti del Quirinale sul valore unificante del diritto internazionale.

Un nuovo asse strategico per il Paese

Per l’Italia e per la leadership di Giuseppe Conte, la priorità deve essere il sostegno all’asse geopolitico rappresentato dalla Spagna di Pedro Sánchez, oggi unico baluardo UE – insieme a partner globali come Messico e Brasile – contro le spinte egemoniche che scavalcano il diritto internazionale. Un legame, quello con la penisola iberica, che per l’Italia ha anche un profondo valore economico, come dimostrano le storiche relazioni delle imprese agricole salernitane e i progetti strategici sui porti di Spagna e Portogallo, da tempo al centro del dibattito industriale. Oggi la politica interna è politica estera: decidere se investire in armamenti o in cooperazione economica determina direttamente la qualità della vita, il benessere sociale e la tutela delle risorse ambientali. Di fronte a un PD immobile, diventa urgente per il Movimento 5 Stelle e per le forze responsabili guardare a un’alleanza più ampia e pragmatica. Un fronte che includa figure come Marco Minniti, Vincenzo De Luca, Giancarlo Giorgetti e Mario Mauro, sotto la garanzia del Quirinale. Se la svolta della linea politica estera richiede sacrifici tattici e nuovi equilibri geopolitici regionali – inclusi i vertici di Confindustria –, è una strada che va percorsa. L’attuale linea del Nazareno non è più sostenibile.

giovedì 14 maggio 2026

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venerdì 8 maggio 2026