DI COMITATO REDAZIONALE L’intervista rilasciata da Tony Blair a Repubblica, e prontamente ripresa dal Fatto Quotidiano, solleva interrogativi che toccano il cuore stesso del sistema delle relazioni internazionali. È un intervento che l’Italia non può accettare, ma che purtroppo registra la clamorosa assenza del Partito Democratico, afono sulla politica estera tanto a Roma quanto a Milano. La linea del Paese è un’altra: l’Italia sta con il Quirinale, non con l’asse Blair-Draghi.
La lezione di Angela Merkel e il nodo della sovranità
Esiste una differenza sostanziale tra la postura dell’ex Premier britannico e quella, quasi contemporanea, espressa da Angela Merkel. L’analisi di Blair sembra esulare dal perimetro del diritto internazionale. Il tema centrale non è il giudizio storico sull’abbattimento del regime di Saddam Hussein, ma il metodo: il percorso che ha condotto a quella scelta. Senza il rispetto rigoroso del diritto internazionale, quale nazione potrà mai vedere garantita la propria sovranità popolare o la propria Carta Costituzionale? La risposta italiana si chiama democrazia globale. È lo stesso principio che guidò l’impegno di Matteo Renzi e del Presidente Mattarella a Milano, durante Expo 2015, quando in mondovisione lavorarono per il rispetto integrale degli accordi di Minsk II. L’Italia è geneticamente affine alla visione di Angela Merkel, la quale – ieri come oggi – sostiene il dialogo e la negoziazione. Una trattativa che l’Europa deve condurre attraverso i propri rappresentanti in carica (come l’Alto rappresentante Kaja Kallas), chiamati a rimediare al grave errore politico dei Paesi Baltici che nel 2021 posero il veto sul bilaterale con Mosca.
Il multilateralismo come alternativa alla forza
Il concetto di “potenza” va ridefinito: esiste la potenza della democrazia e del consenso popolare. L’asse euroasiatico guidato da Cina e Russia propone oggi un modello alternativo basato sul multilateralismo e sul rispetto delle regole internazionali. Se si fosse applicato integralmente il Minsk II, tutelando le minoranze (che in Crimea e Donbass sono maggioranze), la crisi russo-ucraina non sarebbe mai esplosa. In questo scenario, le ambiguità della segreteria di Elly Schlein pesano come un macigno. Un governo di centro-sinistra non può reggere se fondato sull’ipocrisia in politica estera. Le contraddizioni emergono ovunque, dalle dinamiche della FAO fino al Consiglio Comunale di Milano, dove le logiche di gabinetto sembrano ignorare i moniti del Quirinale sul valore unificante del diritto internazionale.
Un nuovo asse strategico per il Paese
Per l’Italia e per la leadership di Giuseppe Conte, la priorità deve essere il sostegno all’asse geopolitico rappresentato dalla Spagna di Pedro Sánchez, oggi unico baluardo UE – insieme a partner globali come Messico e Brasile – contro le spinte egemoniche che scavalcano il diritto internazionale. Un legame, quello con la penisola iberica, che per l’Italia ha anche un profondo valore economico, come dimostrano le storiche relazioni delle imprese agricole salernitane e i progetti strategici sui porti di Spagna e Portogallo, da tempo al centro del dibattito industriale. Oggi la politica interna è politica estera: decidere se investire in armamenti o in cooperazione economica determina direttamente la qualità della vita, il benessere sociale e la tutela delle risorse ambientali. Di fronte a un PD immobile, diventa urgente per il Movimento 5 Stelle e per le forze responsabili guardare a un’alleanza più ampia e pragmatica. Un fronte che includa figure come Marco Minniti, Vincenzo De Luca, Giancarlo Giorgetti e Mario Mauro, sotto la garanzia del Quirinale. Se la svolta della linea politica estera richiede sacrifici tattici e nuovi equilibri geopolitici regionali – inclusi i vertici di Confindustria –, è una strada che va percorsa. L’attuale linea del Nazareno non è più sostenibile.
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